2016 tra incertezza finanziaria e politica

incertezza

l’anno appena trascorso e’ stato un anno caratterizzato sia da contrasti geo-politici sia da incertezza finanziaria , tali contrasti contribuiscono a rendere incerto il quadro macro-economico generale con non pochi rischi, secondo me tali contrasti  finiranno col determinare un quadro di debolezza economica anche per l’anno che sta per entrare. Debolezza che ormai dura da molti anni, dunque non certamente una debolezza congiunturale ma sembra sempre di più’ assomigliare ad una grande depressione tipo quella del 20. forse esagero ma ricordo a proposito il governo Berlusconi quando dava la colpa della crisi italiana a fatti congiunturali, la crisi finanziaria dei tecnologici nel 2000, poi la crisi dei subprime nel 2007, infine la crisi degli spread nel 2012. ma i segnali che si vedono non sono affatto rassicuranti ed il quadro di incertezza finanziaria non aiutarà la crescita e ci troveremo di fronte ad un nuovo ennesimo periodo di stagnazione, disoccupazione, redditi in calo e difficolta’ per le casse dello Stato.

gli effetti dell’instabilità geo-politica la tratterò a breve su un altro mio articolo, di seguito invece vi propongo la mia analisi sui fattori che contribuiscono a creare incertezza finanziaria e gli effetti di questi sull’economia mondiale.

il prezzo del petrolio. il prezzo del petrolio nell’ultimo periodo e’ letteralmente crollato del 20%, ma se analizziamo l’andamento del prezzo del petrolio su una scala temporale più’ lunga, il suo prezzo e’ crollato di ben il 50%.

Per le industrie di paesi importatori come l’Italia il crollo del prezzo del petrolio può’ essere un fatto positivo, e ce ne accorgiamo tutti noi ogni giorno quando andiamo a rifornirci di carburante alle colonnine, il prezzo non molto tempo fa della benzina era di circa 2euro, oggi un litro di benzina costa anche meno di 1,5 euro, dunque un bel risparmio. Ma il prezzo del petrolio e’ anche legato al prezzo dell’energia, ed energia e lavoro sono le variabili più ‘importanti nel determinare il tasso di inflazione. Un basso tasso di inflazione, o ancora peggio, la deflazione può ripercuotersi negativamente sui debitori, infatti la deflazione a parità’ di tasso nominale, alza il tasso di interesse reale e dunque penalizza paesi ad alto debito pubblico come l’Italia, il problema e’ stato risolto dalla politica di accomodamento monetario attuata dalla BCE che, grazie al QE, e’ riuscita ad evitare il fallimento dell’Italia.

il crollo del prezzo del petrolio e’ per contro, un danno per le economie esportatrici che dipendono in modo esclusivo o quasi da questa risorsa, come la Russia e gli Emirati Arabi Uniti, la loro economia e’ in forte recessione ed il deficit di bilancio in forte aumento.

Ma il crollo del prezzo del petrolio e’ un indicatore dello stato di salute dell’economia mondiale, e contribuisce ad aumentare il quadro di incertezza finanziaria infatti il suo prezzo dipende da una parte, dall’offerta di petrolio in forte aumento per via dei livelli di estrazione costantemente alti ed tuttora in aumento, dall’altra anche dalla domanda di energia in forte diminuzione in tutto il mondo, sia in America, ma anche nella malata Europa e ora anche dal rallentamento dell’economia Cinese.

il prezzo delle materie prime. il prezzo delle materie prime e’ anch’esso in forte rallentamento, l’indice delle commodities e’ molto dipendente dal prezzo del petrolio, in ribasso, e dell’oro, anch’esso in ribasso, ma anche gli altri metalli quali il rame, il ferro e l’alluminio sono  in forte calo.

la causa e ancora una volta da ricercare nella crisi economica globale, in Europa ma soprattutto  in Cina, che e’ il più grande importatore e consumatore di materie prime al mondo, il suo rallentamento terra’ a mio avviso basso il prezzo delle commodities ancora per molto, compromettendo le economie esportatrici di commodities, cioè’ i paesi emergenti.

il tasso di interesse USA. dopo nove anni finisce il periodo di allentamento quantitativo della FED, e cio’ e’ causa di forti preoccupazioni, soprattutto per le economie emergenti perché’ porta con se ulteriore incertezza finanziaria.

infatti Il ragionamento è che le economie emergenti sono diventate pericolosamente dipendenti dai bassi tassi di interesse e dai prezzi elevati delle materie prime. Molte aziende dei mercati emergenti sono in una posizione molto vulnerabile per aver chiesto prestiti in valuta estera. In caso di fughe di capitali, le conseguenze saranno disastrose: la stretta creditizia, le difficoltà nella bilancia dei pagamenti, l’inflazione, l’aumento dei tassi di interesse, lo stress fiscale e i downgrade da parte delle principali agenzie di rating – tutto ciò implica una maggiore fuga di capitali.  di Michael Spence – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/qJ7P6p

ma l’aumento dei tassi USA desta preoccupazioni anche per l’Europa, anch’essa infatti e’ stata drogata dai bassi tassi di interesse che, oltre ad aver favorito il corso dei mercati azionari, ha anche dato tregua a debiti sovrani dei Paesi del Sud Europa. Attualmente la BCE sembra voler continuare con la politica di allentamento quantitativo, e l’aumento dello 0,25% dei tassi FED non ha prodotto effetti rilevanti, tuttavia se dovesse continuare ad aumentare i tassi in futuro allora potrebbe verificarsi uno spostamento nell’allocazione delle risorse finanziarie dall’europa agli Stati Uniti, a quel punto la BCE si troverebbe costretta a seguire la FED  e aumentare i tassi di riferimento. Tale scelta finirebbe con l’impattare sia sui mercati azionari cresciuti nell’ultimo periodo, ma potrebbe innescare di nuovo una crisi dei debiti sovrani e, soprattutto potrebbe impattare negativamente sulla solvibilità’ dei mutui.

Nell’ultimo periodo, grazie a tassi molto bassi, molte famiglie hanno acceso un mutuo spesso trentennale e a tasso variabile, le rate che le famiglie pagano oggi sono pari a circa il 40% del reddito disponibile, si tratta di valori molto alti e al limite della capacita’ di solvibilità’ delle famiglie, un aumento di due punti sul tasso di interesse impatterebbe cosi’ negativamente che io pavento una nuova bolla speculativa del tutto simile a quella dei sub-prime del 2007, quella che ha causato il fallimento della Lemhan Brothers ed i cui effetti nefasti li stiamo pagando ancora oggi.

ma l’aumento dei tassi della FED potrebbe avere un impatto negativo su tutti i mercati azionari e derivati, infatti negli ultimi anni i bassi tassi di interesse non hanno prodotto risultati sperati sull’economia americana che a mio avviso resta debole, piuttosto ha contribuito soltanto a creare bolle speculative che hanno ingrossato i mercati azionari inondandoli di liquidita’, con ciò’ secondo me la FED ha solo rimandato quello che io ritengo ineluttabile, l’esplosione della bolle delle bolle, cioè’ quella del sistema monetario nel suo complesso, e quando rimandi l’esplosione il rischio e’ che il botto sia ancora più’ grosso.

La crisi economica Cinese. Parlare di crisi economica per una Nazione che cresce a ritmi del 5% sembra esagerato, i paesi sviluppati si sognano tassi di crescita come quelli della Cina oggi, eppure negli anni scorsi la Cina cresceva a ritmi molto più’ alti, e questo rallentamento preoccupa perché’ arriva in un momento in cui l’intera economia mondiale arranca, ed il rallentamento della sua locomotiva non può’ che compromettere ancora di più’ questo delicato equilibrio diventando un altro importante fattore di incertezza finanziaria.

La Cina infatti e’ grande importatrice di materie prime, e negli anni passati le economie emergenti hanno goduto di una Cina forte, nel futuro il rallentamento della Cina desta per loro serie preoccupazioni, ma preoccupa anche Europa e USA perché la Cina oggi non e’ più’ solo un esportatrice di beni di consumo, essa e’ diventata anche importatrice di beni di consumo dai paesi industrializzati, ed il suo rallentamento potrà’ impattare anche sulle esportazioni delle economie sviluppate.

Il governo cinese si trova a dover affrontare una modifica delle sua politica industriale e monetaria, finora basata su investimenti pubblici e sul sostegno alle esportazioni, oggi cerca di limitare l’intervento statale negli investimenti pubblici lasciando spazio a quelli privati, e soprattutto cerca di aumentare i consumi interni.

Su quest’ultimo punto in parte c’e’ riuscita perché’ gli stipendi dei lavoratori cinesi nel tempo sono aumentati di molto, e cioè e’ senz’altro un bene, ma da quando il governo cinese ha ridotto gli investimenti pubblici la sua economia ne ha risentito e l’ha costretta a ritornare un po sui suoi passi.

Quindi sia la FED sia la Cina hanno un loro specifico quadro di incertezza finanziaria da gestire con i guanti, mentre la FED si trova a dover cercare un giusto equilibrio tra tassi bassi e la necessita’ di alzarli, la Cina si trova a dover cercare un altro tipo di equilibrio, tra crescita basata solo sull’intervento statale ad una basata su quella del settore privato.

Dal modo in cui la FED e la Cina affronteranno le loro sfide e se riusciranno a gestire le forze contrastanti in gioco, dipende molto del futuro che ci sarà’ prossimamente.

Inoltre la Cina deve anche risolvere il problema del tasso di cambio, secondo molti analisti il tasso di cambio cinese rispetto al dollaro e’ troppo alto, ad agosto la Cina ha provato ad abbassarlo ma lo ha fatto di soli 2 punti percentuali , certo non e’ abbastanza ed e’ probabile che in futuro dovrà’ fare di più’ per sostenere le sue esportazioni, il rischio e’ come sarà gestita la transizione, dunque un altro dubbio alimenta la incertezza finanziaria e preoccupa gli investitori internazionali.

PER PAPROFONDIMENTI:

i nove segnali della crisi mondiale

il rialzo dei tassi della fed e i rischi per le economie emergenti

La moderna politica monetaria

Precedente i retroscena della vigilanza bancaria europea Successivo la moneta unica mondiale